Vacanze Grosseto Mare – Agriturismo in Toscana

Benvenuti al Lillastro, da noi troverete un ambiente familiare dove trascorrere una vacanza rilassante con i vostri figli.

Situati in campagna immersi nella natura, nei profumi e nel silenzio. Vi basterà uscire di camera per trovarvi circondati da rose, geranei, bocche di lupo, calle, tulipani, querce, olivi, corbezzoli, sughere.
Vi troverete a contatto diretto con la campagna e con i suoi ritmi, coccolati sempre dalla nostra ospitalità.

Località Vallerotana Frazione Roselle, 58100 Grosseto GR tel: 339 803 3667 Email: info@lillastro.com

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Il Sole 24 Ore, il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia: “Ridurre la nostra quota? Tutto è possibile”

“Ridurre la nostra quota? In teoria tutto è possibile, mi fate domande sul regno del possibile, e sul regno del possibile le dico di sì, poi entreremo nel merito nei prossimi giorni”. Così Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, in merito a una possibile riduzione della quota del 67,5% detenuta nel gruppo Sole 24 Ore.

Sui tempi dell’aumento di capitale, però, Boccia non si sbilancia: “Non ci sono novità, stiamo aspettando che ci informino a livello di amministratori sulle ipotesi di fabbisogno, dopo di che convocheremo un consiglio generale di Confindustria e dibatteremo. Il consiglio non è ancora convocato, faremo un consiglio generale monotematico, ma se non abbiamo dati non andiamo avanti”.

Questa settimana dovrebbe riunirsi il cda del Sole e definire il piano di salvataggio, solo dopo i vertici di Confindustria si riuniranno. Quindi prima di Pasqua? “Penso di sì poi vediamo. Siamo tranquilli, dobbiamo aspettare i tempi, se non ci dicono il merito, il quantum, la modularità del fabbisogno”, spiega Boccia.


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David alla carriera a Roberto Benigni: “La vita è bella me lo ha detto il cinema. Questo premio è di Nicoletta”

“La vita è bella me lo ha detto il cinema. Il premio è di Nicoletta”. Standing ovation per il regista e attore Premio Oscar Roberto Benigni, vincitore del David di Donatello alla Carriera. A consegnarglielo, tra gli applausi scroscianti della platea, il regista Giuliano Montaldo, presidente ad interim dell’Accademia del Cinema Italiano.

“È un premio che mi scalda il cuore e in una serata come questa, con una platea che neanche il Papa a San Siro, mi inorgoglisce ancora di più”, ha detto il comico toscano. “Il cinema rende il mondo meno estraneo e nemico, è l’arte della vicinanza”, ha ricordato nel suo speach che è stato un vero e proprio inno alla Settima Arte e all’amore. Dopo aver ricordato che “la vita è bella- me lo ha detto il cinema” e che “il cinema italiano è il più grande del mondo”, Benigni, visibilmente emozionato, ha voluto dedicare il premio a sua moglie, Nicoletta Braschi. “Il premio appartiene a lei, perché è da sempre al mio fianco, e mi piacerebbe che sia lei a dedicarlo a me”.
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Roberto Benigni da Sergio Mattarella per i David di Donatello: “Sono il portavoce del Pci, partito del cinema”

“Sono il portavoce del Partito del Cinema, del Pci”. Ha scherzato così Roberto Benigni, introducendo al Quirinale la cerimonia di presentazione dei film candidati al David di Donatello alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella e del ministro Dario Franceschini.

Benigni ha preso la parola a nome del Cinema italiano, ricordando gli articoli 9, 21 e 33 della Costituzione “sui quali si fonda la possibilità di fare cinema”. L’attore e regista premio Oscar ha poi scherzato sulle vicende politiche italiane e sui ritardi della legge elettorale: “Il Mattarellum… se avessi fatto io la legge elettorale sarebbe stato il Benignellum”.

“La perdite d’interesse che c’è ora per il cinema è una cosa terribile – ha aggiunto Benigni -, costituisce una perdita di felicità, gli autori hanno il dovere di spingere affinché il cinema diventi quello che sia, la perdita di interesse per il cinema indebolisce la nostra anima, le nostre emozioni”.

Il comico toscano ha continuato: “Il cinema fa bene alla salute, uno dovrebbe andare in farmacia e prendere due bustine della ‘Dolce Vita’, 5 grammi di ‘Otto e mezzo’. Sperperiamo l’allegria, dobbiamo essere felici per diffondere felicità”.

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Numeri ed endorsement, Orlando alza la testa. Primarie Pd diventano una guerra di numeri

Entra nel vivo la battaglia delle primarie Pd. È cominciata in sordina ma di colpo subisce un’accelerazione molto forte. Si trasforma in guerra di numeri e in guerra di endorsement. Dopo che i cosiddetti lettiani sono confluiti sulla candidatura di Andrea Orlando a segretario del partito, arriva durante la trasmissione ‘In mezz’ora’ la dichiarazione di sostegno dello stesso Enrico Letta. Il ministro della Giustizia, rafforzato da questo supporto di peso che si basa su una stima diffusa e su una rete di rapporti che ha anche una sua dimensione accademica e internazionale, si sente rafforzato e alza il livello della battaglia. Tanto che a un certo punto della giornata parte l’ordine dai fedelissimi dell’ex premier: “Non rispondete a Sarracino”. Marco Sarracino (napoletano, trentenne), portavoce nazionale della mozione di Andrea Orlando, è andato giù duro rivolgendosi ai vertici del Pd: “Sarà mai possibile avere i dati ufficiali forniti dal partito? In base ai dati in nostro possesso la percentuale dei partecipanti al voto congressuale finora registrata sarebbe sicuramente inferiore al 50%”.

Il congresso del Pd, finora soporifero, si accende sul dato della partecipazione e Orlando, nonostante secondo i primi dati sia dietro Matteo Renzi anche con un certo distacco (secondo i dati forniti dalla mozione Renzi, l’ex premier ha raccolto 12.367 voti il 69.36%, Orlando 4.982 il 27.94%, ed Emiliano 480 il 2.69%), è partito all’inseguimento dell’ex segretario sottolineando la disaffezione degli iscritti dovuta a una cattiva gestione degli anni precedenti. Il Pd è un partito in cui il dato degli iscritti è sceso rispetto all’ultimo congresso, quindi rispetto al 2013. Allora gli iscritti erano quasi 540mila adesso sono 420mila. Non solo. L’Huffpost sabato ha sollevato il tema del calo dei votanti in questa prima fase congressuale riportando i numeri dei primi circoli: il trend dice che un po’ ovunque, in termini assoluti, il numero dei votanti è più basso della volta scorsa.

Intanto Renzi su Facebook annuncia: “Dopo che hanno votato circa 600 circoli la partecipazione è al 61%, rispetto al 55% della partecipazione 2013. Dunque bene, molto bene”. Matteo Richetti, Andrea Marcucci e tanti altri lo seguono a ruota e fonti dem sottolineano i dati della Liguria, proprio perché Orlando è di La Spezia. “Dopo i primi giorni di congressi nei circoli Pd in Liguria, Renzi in testa con il 66,70%, segue Orlando con il 32,34%, ed infine Emiliano con lo 0,96%”. E poi ancora, dicono, “Renzi risulta in testa in tutte e 4 le province, a Genova con il 68,07%, a Savona con L’ 82, 22%, ad Imperia con 63,21%, ed anche a La Spezia con il 57,90%”.

I due sfidanti si lamentano per dei numeri a loro dire ballerini. Secondo Sarracino non si arriverebbe al 50%, mentre secondo Dario Ginefra, deputato dem e sostenitore di Emiliano, “si sottovalutano due fattori importanti: molti iscritti non si sa neanche come siano fatti perché nella migliore delle ipotesi non partecipano alla vita del partito e la gran parte del corpo elettorale del Pd sa bene che il vero appuntamento è quello del 30 aprile”. Secondo Francesco Boccia, anche lui della mozione Emiliano, quella di Renzi “è una strategia che tende a far deprimere le reti e i militanti degli altri due candidati. Ma noi non ci deprimiamo, anzi ci carichiamo”.

Finora insomma non si parla d’altro se non di numeri. Numeri che hanno un significato politico e che attestano lo stato di salute del partito ed è per questo che le tre fazioni hanno cominciato a combattersi intorno all’affluenza nei circoli dove si sta votando per scegliere il segretario. A fine giornata per i renziani il Pd è un partito reattivo i cui militanti vanno a votare per la partita congressuale, per Orlando ed Emiliano è un partito in smobilitazione o comunque attraversato da una disaffezione frutto dalla gestione-non gestione di questi ultimi anni, che ha allontanato gli iscritti dalla battaglia per scegliere il segretario.

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Tiziano Renzi raccomandò un amico gelataio per ottenere un carretto al centro commerciale The Mall

Il padre di Matteo Renzi cercò di raccomandare un suo amico gelataio per fargli ottenere un carretto con i dolci all’interno del centro commerciale The Mall. Lo scrive Il Fatto Quotidiano, che cita le carte dell’inchiesta dei pm fiorentini Von Borries e Turco che indagano sull’ipotesi che Luigi Dagostino (ex socio di Renzi senior e pilota del progetto The Mall) e alcuni suoi partner abbiano frodato il fisco.

Scrive Il Fatto:

A fine maggio 2016 un negozio La Perla cerca qualcuno per distribuire gelati e bibite davanti alla bottega. Il contratto sembra interessare molto a Tiziano Renzi, che interviene con Dagostino “per conto di una terza persona”, spiegandogli al telefono che questa “ha un mezzo capito?… costa il giusto… 500/600 euro e il gelato gratis glielo dà”.

La persona in questione è Corrado Menchetti di Arezzo, amico intimo di Tiziano Renzi, che considera “un fratello”. La questione, però, si dimostra più complicata del previsto perché Menchetti non ha l’autorizzazione necessaria a ottenere il lavoro. Renzi e Dagostino ne parlano più volte al telefono: “È stato elevato un verbale perché l’ambulante, per le modalità di vendita riscontrate, necessità di un’autorizzazione sanitaria”, si dicono i due.

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Il Papa emoziona, i Trattati no. Un milione a Monza per la messa, San Siro pieno. A Roma cortei sottotono

Nel giorno dell’Annunciazione, alla stregua dell’angelo del Signore, Francesco ha siglato il passaggio da un vecchio a un nuovo “testamento”, dal nostro ad un altro mondo, traghettando i suoi discepoli verso l’ignoto e rinnegando millesettecento anni di alleanze fra trono e altare.

Così, mentre in Campidoglio i capi di stato e di governo, epigoni degli Orazi e dei Curiazi, facevano provvisoria tregua delle loro interminabili tenzoni e consegnavano alla storia le proprie, altrettanto sterili, dichiarazioni, Bergoglio ha lasciato Roma per seminare il verbo nel grembo di una Nazareth padana. Nella città della Madonnina, zona Milano Trecca. Vergine di poteri e gonfia di problemi. Fatiscente nel capoluogo del fashion. Bianca e sbiadita come le sue case. Là dove cresce la Chiesa del futuro.

Tempismo d’attore, regia d’autore. Messa in scena con apparente nonchalance. Ma eloquente, troppo, per risultare casuale. Come il copione di quei film in cui alla fine tutto torna: i misteri si svelano, i sentieri si ritrovano. Complice la diretta televisiva, che divide in due lo schermo e rende all’improvviso la trama intellegibile, diradando le nebbie a primavera e mostrando il volto, i numeri del vincitore: un milione contro diecimila, in un rapporto schiacciante di cento a uno tra fedeli meneghini e manifestanti romani.

Bergoglio contro “resto d’Europa”, oggi, e a maggio contro il “resto del mondo”, quando il G 7 pianterà le tende al sole di Taormina, schierando l’astro nascente del suo campione, Donald Trump, direttamente in trasferta da Washington. Capitale del mondo versus periferie, dunque. “Casa Bianca” contro “case bianche”, nel Super Bowl, da disputare a colpi di share, con il leader più potente, e ingombrante, della terra. Ben altra cosa che la stella cadente di François Hollande, abbandonato dai sondaggi, e la cometa usurata, intermittente di Frau Merkel, a corto di seguaci sulla scia del rigore. “Questo è un grande dono per me: entrare nella città incontrando dei volti, delle famiglie, una comunità”.

Dagli abitanti del quartiere Forlanini ai detenuti delle celle di San Vittore, l’arco di trionfo di Francesco non passa dai palazzi delle istituzioni. Nemmeno dall’Università Cattolica, emblema dell’intellighenzia e del programma, storicamente, di estendere la propria influenza sulla società: una tappa che il Pontefice ha tuttavia snobbato al pari della Expo, con uno strappo ancora più stridente.

Come se il Papa, nell’arco di 48 ore, avesse disarcionato in una volta Costantino e Marco Aurelio, la politica e la cultura, operando un formidabile uno-due.

Al punto che 25 marzo del 2017 marca una sorta di “annunciazione” al rovescio e realizza, concretamente, la profezia di Antonio Spadaro – direttore di Civiltà Cattolica e ascoltato consigliere del Pontefice, apparsa un anno fa imprudente, impudente a molti ancorché veritiera – e sancisce la fine della “cristianità, cioè di quel processo avviato con Costantino in cui si attua un legame organico tra cultura, politica, istituzioni e Chiesa”.

“Non abbiate paura di abbracciare i confini, le differenze. Di ospitare le differenze e integrarle con creatività”: tra il parco reale di Monza e l’arena di San Siro, tempio laico del football, si è materializzato, e ha preso corpo, il gioco della “squadra” di Francesco. Uno schema che, ad onta dei tatticismi di scuola europea e al passo con più moderne teorie calcistiche, non offre punti di riferimento, ma risulta imprevedibile. A tratti persino al proprio artefice. Affidandosi all’ispirazione divina e al talento della panchina, nel mondiale, a geografie e gerarchie variabili, della globalizzazione, dove “le cose di prima sono passate”. E niente si può più dare per scontato.

Bergoglio spiazza tutti: usa un bagno chimico durante la visita alle case popolari

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Trattati Ue, l’Italia cerimoniere della dichiarazione di Roma: ospita tutti ma sui temi non tocca palla

Quel che rimane d’Europa torna qui dove è stata fondata: a Roma. Ma stavolta il ruolo italiano non è all’altezza di uno dei padri fondatori nostrani: Altiero Spinelli. I 60 anni del trattato di Roma, questa curva storica gigante e impetuosa dal 1957 al 2017, cadono nel momento sbagliato per l’Italia. Paese ancora da riformare, con tanti conti aperti con Bruxelles, debole e con nulla a pretendere: organizza la kermesse dei 27 leader al Campidoglio senza piantare paletti. Come l’ospite che per organizzare una buona cena, si concentra sul gusto dei commensali più che sul proprio. Obiettivo metterli a loro agio, più che avanzare richieste specifiche.

Le hanno avanzate invece la Polonia con dietro i paesi dell’est e anche la Grecia, stremata dalla crisi. Varsavia ha chiesto garanzie sulla Nato, che resti malgrado i progetti di difesa comune europei abbozzati nella dichiarazione di Roma. Atene chiede un paragrafo specifico sull’Europa sociale. Accontentate entrambe. Dopo la Brexit, l’imperativo di tutti è che quella di Roma sia una dichiarazione comune di tutti: per dire che si sta insieme anche a 27. Anche se non si sa ancora esattamente come.

E forse questo è proprio il punto. La dichiarazione di Roma non è un trattato. Il 2017 non viaggia nemmeno lontanamente sui livelli del 1957. Allora si fondò l’Unione, ora si cerca disperatamente una via per non perderla. Inimmaginabile ora una riscrittura dei trattati: non ci sono le condizioni. Ed ecco che i 60 anni dei trattati fondativi diventano l’occasione per mettere una toppa alla crisi. Nessuno si fa illusioni, si copre dove si può.

E dunque anche le richieste specifiche di ogni Stato lasciano il tempo che trovano. L’Italia del resto ha apparecchiato la prima versione della dichiarazione di Roma, poi rivista insieme agli sherpa degli altri paesi membri. Ma quella carta non ha il valore di un trattato. E non stabilisce niente di specifico, pur aprendo la via alla questione principale: l’Europa a più velocità. Vale a dire: un modo disperato di tenere tutto insieme, pur ammettendo un primo fallimento di unione.

Sostanzialmente la dichiarazione di Roma stabilisce che d’ora in poi gli Stati che lo vorranno potranno procedere insieme su alcuni temi. Ma i modi, gli stessi temi e la velocità sono tutti da stabilire: lo diranno i posteri. Espressione non esagerata, visto che la foto di gruppo dei 27 in Campidoglio presenta l’ombra ingiallita del passato, nessun rilancio sul futuro.

Angela Merkel rischia non essere confermata alla Cancelleria tedesca alle elezioni d’autunno. E anche se sarà rieletta, la leader della Cdu ha alle spalle più vita politica di quanta ne abbia davanti. Francois Hollande è a fine mandato e non ‘gioca’ più. Lo spagnolo Mariano Rajoy è capo di un governo nato a fatica, anche lui più che proiettato sul futuro (politico s’intende) è quel che resta di stagioni passate. Theresa May non c’è, fuori ‘forever’ causa Brexit. Paolo Gentiloni è a capo dell’ennesimo governo non eletto degli ultimi 4 anni, un governo fragile dopo la sconfitta al referendum del 4 dicembre e il cambio della guardia con Matteo Renzi, esecutivo debole anche alla Farnesina dopo l’avvicendamento con Angelino Alfano.

Certo: se una parvenza di Europa a più velocità è il compromesso che tiene insieme la dichiarazione di Roma, vago al punto giusto per avere la firma anche dei paesi dell’Est, c’è da dire che uno dei primi a parlarne in tempi recenti è stato proprio Gentiloni. Lo ha fatto a dicembre 2015, quando era ancora ministro degli Esteri, firmando una lettera congiunta con Philip Hammond, ministro degli Esteri di Cameron. Era uno degli estremi tentativi per scongiurare la Brexit. Non è servito, ma era segnale di attivismo della Farnesina in politica estera.

Qualche mese fa l’Italia ha agganciato subito il rilancio di Merkel sull’Europa a più velocità. Ancora non si sa su cosa, ma stare insieme alla Germania viene vista come garanzia per stare nel club più ‘esclusivo’: i conti italiani sono ancora in disordine e sotto il giudizio di Bruxelles. Stamane un incontro tra il vice presidente della Commissione Europea Valdis Dombroskis e il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan non ha fatto che confermare i dossier aperti: la manovrina di 3,4 miliardi di euro e naturalmente la manovra d’autunno da farsi senza far crescere il debito, dice Bruxelles.

L’Italia non è in forma. E il fatto che non lo sia nemmeno l’Europa è una giustificazione solo parziale. In questi casi, il male comune non è nemmeno un quarto di gaudio. Per sfuggire all’assedio dei movimenti anti-europei, sempre più forte nella società, alla vigilia del vertice Gentiloni ha incontrato le parti sociali europee insieme al presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker. “Mai più messe senza fede”, ha detto il premier citando l’ex presidente della Commissione Ue Jacques Delors. “Dobbiamo ripartire da un rinnovato spirito di fiducia ripensando un’Europa sociale più attenta ai suoi cittadini”.

Già: ma a Palazzo Chigi sono costretti a volare basso, insieme agli altri leader si aggrappano al compromesso di Roma, sperando di circostanziarlo in futuro e incrociando le dita di fronte alla crisi e alle divisioni che hanno indebolito tutti.
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Gianni Pittella riunisce i socialisti europei: “La questione sociale al centro dell’agenda europea”

“Senza un ‘agenda sociale la dichiarazione di domani non è accettabile”. Il presidente del gruppo dei socialisti e democratici europei Gianni Pittella, la mette così, semplice e breve. Il paletto, per dare una svolta all’Europa malata, per tornare agli ideali di 60 anni fa, cercando di riprendere un progetto smarrito, minacciato dagli interessi nazionali. Questione sociale, un impegno per ora troppo vago perché arrivi un vero colpo d’ala. A Roma a poche ore dalle celebrazioni dei trattati, i progressisti hanno però l’obbligo di mettere pressione ai 27 leader per ritrovare il filo dell’Europa politica rimasta al palo.

La crisi economica mette sotto sterzo l’orizzonte comunitario e i socialisti rinnovano lo slogan “Together” sfidando le nubi sovraniste e per dare lo stop all’austerità del polo conservatore. Insieme, facile a dirsi. I sessant’anni dai trattati che hanno assicurato pace e prosperità rischiano di finire in retorica se non arriva il cambio di passo. “Non si esce dalle crisi che in questi ultimi dieci anni si sono intrecciate tra loro scuotendo le istituzioni europee, restando fermi”, dice Giorgio Napolitano davanti alla platea di giovani che lo ascoltano all’auditorium della Conciliazione. “Dopo la Brexit, siamo rimasti uniti ma fermi” spiega senza ipocrisie, ma “Orban dei muri contro i profughi di quale unità farebbe parte?” chiede sconsolato il presidente emerito.

Napolitano mette subito a nudo lo scoglio che si presenterà nella dichiarazione finale dei 27, ovvero la possibilità delle diverse velocità. Opportuno che chi voglia procedere nel processo di integrazione cedendo sovranità alle istituzioni europee fino a dove è necessario, possa farlo. Dunque “sarebbe sconcertante se domani l’azione ricattatoria del quartetto di Visegrad” dovesse impedirlo. Per “non stare fermi” i socialisti ormai liberi dai vincoli di un’alleanza stretta con il PPE, stilano la loro dichiarazione alternativa e decisamente più coraggiosa di quella che sarà firmata nella sala degli Orazi e Curiazi. Bisogna cambiare le politiche di austerità” dice Gianni Pittella che vuole mandare in soffitta il fiscal compact e chiede a Jean Claude Juncker “investimenti veri con soldi veri” per far ripartire la crescita dell’eurozona. Poi non spegne anzi rilancia la polemica sulle frasi offensive del presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem che “deve fare autocritica e dimettersi perché non può stare in quel ruolo e neppure appartenere alla famiglia socialista”.

L’Europa non si divide in “un nord di santi e un sud di peccatori. Lui, Schauble e gli altri “appassionati solo di numerini”, Pittella li definisce “falchi trasversali che del lavoro e dei diritti delle persone se ne fregano”. Motivi che spingono i socialisti europei a chiedere il pilastro sociale nella nuova dichiarazione che affronti tema dell’occupazione, dei diritti dei cittadini europei e del contrasto alle disuguaglianze. Sono gli strumenti che servono per riavvicinare le istituzioni alle persone perché “l’Europa non piace quando sta solo nei palazzi di Bruxelles ma rinasce quando va in mezzo alla gente. Stamattina eravamo a Norcia, nelle zone del terremoto, e non si è sentito neppure in fischio” racconta Pittella. Economia, solidarietà e sicurezza le note dolenti di un Europa in crisi davanti alle spinte populiste.

Così a chiudere la kermesse socialista ci pensano i due esponenti più importanti della famiglia, Pierre Moscovici commissario agli affari economici e Federica Mogherini, alto rappresentante della politica estera. Lady Pesc ha sollecitato a raccogliere tutto l’orgoglio dello spirito europeo per ciò che stato fatto finora. Europa forte che sa essere anche solidale: “insieme possiamo accogliere tutti quelli che bussano alla nostra porta e insieme possiamo aiutare i nostri partner in Africa a avviare un nuovo sviluppo”. Orgoglio senza cedere al catastrofismo spiega anche Moscovici che manda un messaggio preciso anche ai 27 paesi che in queste ore stanno mediando la dichiarazione finale del 60°dei trattati. “La Grecia non può essere scartata dal modello sociale europeo, l’Eurogruppo non può continuare a decidere senza dare giustificazioni a nessuno”, così l’Unione non regge. “Siamo socialisti e con i Cristiano sociali abbiamo costruito i primi passi dell’Europa – conclude il commissario europeo – dobbiamo restare uniti contro Trump e Putin che hanno lo stesso progetto di dividerci”.
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