Turismo, codice identificativo affitti brevi. Ciuoffo: “Il Governo utilizzi esperienze già in atto come in Toscana”

FIRENZE -“Mi compiaccio che il Governo abbia deciso di imboccare la strada che in Toscana è già una realtà dal primo marzo scorso. Da noi è pienamente operativa la piattaforma online unica, come previsto dalla nostra legge regionale: i locatori possono caricare i propri dati e registrare così ogni operazione. Ad oggi sul sistema regionale per le locazioni turistiche abbiamo superato le 21mila registrazioni e i numeri ci dicono che il sistema funziona e che chi vuole stare in regola lo può fare se diamo gli strumenti giusti”. Così l’assessore al turismo, Stefano Ciuoffo, commenta l’emendamento al Decreto crescita annunciato dal ministro Gian Marco Centinaio, che dovrà passare al vaglio e al voto del Parlamento per diventare realtà, per prevedere l’istituzione di un codice identificativo per ogni locazione turistica.

“Gli aspetti fiscali – prosegue Ciuoffo – non sono di competenza regionale e quindi rivolgo al ministro l’appello affinché il MEF, che ancora non lo ha fatto, emani il regolamento previsto dall’articolo 4 del decreto legislativo 50 del 2017 per definire la soglia oltre la quale si svolga attività imprenditoriale in caso di locazione turistica di non modica entità e per poter quindi equiparare ogni attività di impresa alla stesse regole”.

“Mi permetto di aggiungere – continua – che è piuttosto singolare che il ministro debba ricorrere allo strumento dell’emendamento a un Decreto presentato dal Governo, sperando che il Parlamento lo approvi, quando l’esecutivo stesso avrebbe potuto farlo in sede di Consiglio dei ministri. Con le altre regioni sollecitiamo il ministro a trovare uno spazio più rilevante all’interno del Governo per tutelare gli interessi del mondo del turismo, questo è quello che interessa alla Toscana – sottolinea l’assessore – e per questo il mio auspicio è che a Roma si valorizzino le esperienze positive già esistenti in regioni come Toscana, Lombardia, Liguria, Veneto che vedono già codici attivi senza moltiplicare gli adempimenti per i cittadini. Da questo punto di vista – annota l’assessore – stupisce anche chi oggi esalta questa ipotesi lanciata dal ministro come la soluzione tanto aspettata quando tre mesi fa criticò la Toscana per l’avvio di questa misura parlando di inutili ‘fughe in avanti’. Ma se nel frattempo hanno cambiato idea, va bene”.

“Sul Tax credit – conclude Ciuoffo – segnalo, come ha fatto il ministro stesso oggi, che questo Governo sbaglia ad aver tolto questa misura istituita dai Governi precedenti che avevano colto quanto fosse importante per le piccole strutture fuori dalle grandi catene avere degli incentivi e degli sgravi per ammodernarsi. Se lo ammette lo stesso ministro Centinaio che il Governo è stato sordo su questo punto,  allora mi auguro che il mondo della ricettività italiana si faccia sentire maggiormente prima che si dirottino le risorse verso altri lidi”.

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Justin Trudeau ha mostrato al mondo come stringere la mano a Donald Trump

Il presidente Donald Trump ha uno strano modo di stringere la mano. Invece della classica stretta di mano, che si utilizza da sempre per dimostrare la propria amicizia, Trump strattona il braccio della persona facendo quasi perdere l’equilibrio.

Ma il premier canadese Justin Trudeau, durante la visita alla Casa Bianca, è apparso pronto per la scomoda stretta di mano.

Un video mostra Trump dare il benvenuto al primo ministro canadese. Trudeau prontamente afferra con la mano sinistra la spalla del presidente poi si avvicina a Trump neutralizzando la destabilizzante stretta di mano e assicurandosi che la sua spalla rimanga intatta.

Probabilmente Trudeau deve aver visto cosa è capitato qualche giorno fa al suo collega giapponese Shinzo Abe, in visita alla Casa Bianca. La stretta di mano tra il presidente USA e il primo ministro giapponese è durata ben 19 secondi con Trump che ha tirato verso di sé il braccio di Abe. Al termine della stretta di mano Abe è apparso particolarmente provato.

Trump ha mostrato il suo particolare stile anche durante la cerimonia di insediamento del neo-nominato giudice alla corte suprema Neil Gorsuch.

Durante l’incontro tra Trump e Trudeau c’è stata una seconda stretta di mano, questa volta all’interno della Casa Bianca. L’espressione divertita del primo ministro canadese poco prima della stretta di mano ha fatto impazzire il web.

I politici e le strette di mano complicate: non solo Trump, anche Trudeau e Obama

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“È incita al 9° mese? La assumo. Licenziarono mia moglie, non sarò come loro”. La storia di Martina Camullo

Martina Camullo, 36 anni, il 16 febbraio diventerà mamma per la seconda volta e a dieci giorni dal parto ha firmato un contratto di assunzione per l’azienda veneta “The Creative Way”.

La donna, come riporta il Corriere della Sera, è stata contattata due mesi fa per un colloquio da Samuele Schiavon titolare della piccola azienda che si occupa di web design.

“Appena Samuele mi ha chiamato l’ho avvisato subito della novità — dice Martina — gli ho detto che ero incinta di sette mesi e che avrei partorito a breve. La loro proposta era molto interessante e io ero felicissima che mi avessero contattato ma immaginavo che l’opportunità sarebbe sfumata. Ci siamo incontrati, abbiamo scambiato qualche idea. E alla fine mi ha detto che era sua intenzione offrirmi un contratto. Quasi non ci credevo”.

Nonostante la donna fosse incinta, l’azienda ha deciso di investire su di lei.

Ho vissuto e capito le difficoltà di mia moglie — dice Schiavon —: aveva un tempo determinato e quando ha comunicato che aspettava un bambino è stata lasciata a casa. Sul piano lavorativo la maternità è quasi una condanna. Assurdo. E in ogni caso non volevo essere io a tenere comportamenti di questo tipo. Specialmente con Martina. Di fronte al valore della persona non ho avuto dubbi. Perché non aspettarla qualche mese se penso che investire su di lei sia la strada giusta?».

Martina ora farà cinque mesi di maternità e poi comincerà a lavorare

“Tutto questo mi dà una carica incredibile. Metterò tutta me stessa in questo progetto”. Lo racconta col sorriso, mentre prende in mano la penna per firmare la lettera d’incarico nell’open space creativo in zona ex Carbonifera, a Mestre.

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Raggi indagata ma non scaricata. Come i 5s hanno preparato il paracadute per il sindaco di Roma

Sono stati giorni di vertici, incontri, riunioni. Veri e propri gabinetti di guerra per capire come gestire la cosa, dal punto di vista politico e comunicativo. Virginia Raggi, tutto il suo entourage e tutto il Movimento 5 stelle capitolino e nazionale, sapeva che a giorni sarebbe arrivata la notizia d’indagine sul collo della prima cittadina. Quando la Procura si è mossa, tutto era preparato. Abuso d’ufficio e falso in atto pubblico sono i reati contestati.

Imputazioni pesanti, soprattutto da chi ha fatto della diversità morale la propria cifra di governo. Per questo evitare territori scivolosi, buchi comunicativi causati da pressappochismo e impreparazione, è stata la bussola di queste ultime due settimane. Raggi ha riunito il giro più stretto, in costante contatto con i dioscuri nazionali che coadiuvano il Campidoglio, i deputati Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro.

Al centro di tutti i colloqui la gestione di una notizia che non si poteva controllare. La bussola è stata una: evitare il pastrocchio del caso Muraro. Quel groviglio di mail male interpretate, mezzi silenzi e verità monche, che si sono appiccicate per mesi sulla giacca del sindaco e del suo assessore. Di conseguenza la strada scelta era inevitabile: comunicare tutto e subito. Tanto al quartier generale milanese quanto più ai cittadini romani.

Così, poco prima di cena, ecco comparire il post su Facebook: “Oggi mi è giunto un invito a comparire dalla Procura di Roma [il prossimo 30 gennaio, ndr] nell’ambito della vicenda relativa alla nomina di Renato Marra a direttore del dipartimento Turismo che, come è noto, è già stata revocata. Ho informato Beppe Grillo e adempiuto al dovere di informazione previsto dal Codice di comportamento del MoVimento 5 Stelle”.

Poche righe dalle quali viene furbescamente spuntata la parola “indagata”; nelle quali si parla della revoca di Marra Jr. come se fosse elemento di per sé sufficiente a smontare il lavoro dei magistrati che indagano; e in cui ben si sottolinea da un lato la telefonata al fondatore (Pizzarotti non lo fece squillare, e a questo s’aggrapparono per metterlo in naftalina), dall’altro il rispetto delle procedure codici stellati alla mano.

Il sindaco è sotto inchiesta per aver detto alla responsabile anticorruzione del Comune Mariarosa Turchi di aver deciso da sola sulla nomina di Marra Jr (l’ipotesi di falso), nel merito della quale sarebbe invece intervenuto anche il fratello Raffaele. Quanto all’ipotesi di abuso d’ufficio, la sindaca non avrebbe effettuato una comparazione valutativa dei curricula, procedendo a valutazioni parziali sempre sotto l’occhio vigile dell’ex capo di Gabinetto (l’abuso d’ufficio), indagato anch’egli con lo stesso capo d’accusa.

Le ipotesi su cui sarebbe arrivata la comunicazione della magistratura erano note da tempo. E forse il sedimentarsi tra i corridoi di Palazzo Senatorio hanno contribuito a disinnescare lo psicodramma, genere su cui si sono cimentati poco volentieri ma con molto profitto i grillini capitolino ogni qual volta in questi mesi sono stati travolti da una bufera mediatico/giudiziaria. Casi che ormai non bastano le dita di due mani per essere contati.

L’area che ruota attorno a Marcello De Vito, la vera controparte romana della Raggi, e che, per la proprietà transitiva delle cordate politiche, in ultimo fa capo a Roberta Lombardi, lascia trasparire un certo nervosismo, ma sembra aver riposto nel cassetto gli strali d’altri tempi. Una fonte di primo livello imputa al sindaco e al suo entourage la colpa del sostanziale immobilismo dell’amministrazione: “Ogni volta che iniziamo a lavorare sui temi concreti, ecco che spunta l’ennesima grana legata alle nomine o a vicende giudiziarie”. Ma aggiunge anche significativamente: “Il clima è cambiato, Virginia dopo gli ultimi fatti ha capito la lezione, e questa volta la gestirà bene”. De Vito in chiaro detta la linea: “Al sindaco va tutto il mio sostegno e quello dei portavoce comunali del M5s. Governare Roma è un’impresa, la sindaca ce la sta mettendo tutta, e siamo certi che abbia sempre operato avendo come unica bussola l’interesse dei cittadini romani”

Lo stesso Grillo aveva preparato la strada, con il Codice di comportamento pubblicato una ventina di giorni fa. Che eliminava l’equivalenza tra indagine/condanna politica, e da molti è stato letto come un vero e proprio “salva Raggi”. E a qualcosa è servito il paziente lavorio di Fraccaro e Bonafede, in costante via vai tra Montecitorio e il Comune, al fianco del sindaco anche nelle ore della comunicazione della Procura.

Certo, la ricostruzione di un rapporto fiduciario e lontana dall’essere giunta sopra la soglia d’attenzione. I molti critici non hanno perdonato alla prima cittadina il “è uno dei 23mila funzionari del Comune” tributato dalla Raggi all’onnipotente Marra. E insistono con la richiesta di pubblicare (almeno a uso interno) il contenuto delle chat dei “quattro amici”, perché “siamo stufi di venire a sapere le cose dai giornali”.

Nessuno, a nessun livello, ha interesse a scaricare il sindaco in questo momento. La gestione dell’indagine a suo carico, anzi, potrebbe essere l’occasione per ricostruire un rapporto con le varie anime che le si oppongono, e di rilanciare la sua azione di governo. Un’operazione alla portata, ma comunque molto complesso. Il filo che la lega ai vertici del Movimento rimane ancora molto sottile.

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Come è morta Birna? L’hanno cercata in 700 nel paese a sud di Reykjavik con meno di omicidi l’anno

L’Islanda è sotto shock dopo il ritrovamento su una spiaggia del corpo di una giovane ventenne scomparsa otto giorni prima in circostanze ancora misteriose. Un giallo trattato dalla polizia come “omicidio” avvenuto in un Paese dove è bassissimo il tasso di criminalità: la media è infatti di 1,8 all’anno e gli assassini o hanno problemi mentali oppure sono ubriachi.

La vicenda, un noir in stile nordico, si dipana tra ghiacci eterni ed aurore boreali, nel buio del lungo inverno islandese.
Oltre 700 volontari hanno cercata per giorni la ragazza fino al drammatico ritrovamento del corpo ieri su una spiaggia desolata vicino ad un faro a sud di Reykjavik. Una mobilitazione senza precedenti per iPerché l piccolo Paese.

Birna Brjansdottir lavorava in un negozio di abbigliamento. Bella, bionda, occhi chiari, è stata vista l’ultima volta il giorno della sua scomparsa intorno alle 5 del mattino, ripresa dalle videocamere della sorveglianza. Le immagini la ritraggono mentre attraversava da sola le strade innevate e invase dalla nebbia dopo avere acquistato un kebab e avere trascorso la notte nei bar della capitale. Dopo la sua scomparsa furono ritrovate le sue scarpe nel porto di Hafnarfjordur, a sud della capitale, non lontano dal molo dove era ormeggiato un peschereccio groenlandese, il Polar Nanoq.

Nei video compare anche una piccola macchina rossa parcheggiata vicino al peschereccio intorno alle 6 e mezzo del mattino, identica a un veicolo osservato vicino al posto dove Birna era stata vista per l’ultima volta. All’interno dell’auto rossa sono state rinvenute tracce di sangue della ventenne. Ore dopo la notizia della scomparsa, il Polar Nanoq ha mollato gli ormeggi ma le forze della sicurezza, insospettite, sono intervenute con un elicottero e hanno interrogato l’equipaggio. La nave è stata obbligata a rientrare a Reykjavik e due marinai sono stati fermati, ma hanno negato le accuse.

Dopo il ritrovamento del corpo la polizia ha annunciato che tratterà il caso come un “omicidio” sebbene al momento “sia ancora presto per determinare la cause della morte”. Secondo il quotidiano locale Iceland Monitor, gli inquirenti sarebbero convinti che la ragazza possa essere stata uccisa all’interno dell’auto. Ma mancano conferme ufficiali.

Numerosi gli interrogativi ancora senza risposte. Dove e da chi è stata uccisa la giovane, ma soprattutto manca il movente.
Si indaga su un simile caso avvenuto l’anno scorso in Danimarca ai danni di una 17enne scomparsa e poi trovata morta e sui possibili collegamenti. L’Islanda oggi si è unita nel dolore ricordando Birna, in attesa di risposte.
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Lotti e Nardella nel casertano dai signori delle preferenze, dove le clientele girano “come Cristo comanda”

Il Giglio Magico, nonostante l’alluvione nel Casertano, arriva nei feudi di Nicola Cosentino, detto Nick o’ mericano, dove il partito della Nazione è già nato. Luca Lotti, dopo la benedizione di De Luca jr a Salerno, è ad Aversa a sostenere le ragioni del Sì, il “cambiamento” atteso “vent’anni”. Entra nella sala gremita con Stefano Graziano, coinvolto in un’inchiesta sui favori ai clan Zagaria in cambio di appoggi elettorali. L’accusa di concorso esterno è caduta, resta l’ipotesi di voto di scambio: voti in cambio di favori. “Stefano è tornato a casa”, così la scorsa settimana a Caserta lo ha salutato il premier dal palco. In prima fila, a battere le mani, c’era Vincenzo D’Anna, cosentiniano di ferro e artefice di una lista che portò un bel po’ di voti a Vincenzo De Luca.

Accanto a Lotti anche l’europarlamentare Nicola Caputo, indagato dalla Dda di Napoli per voto di scambio. Negli atti dell’inchiesta si leggono sfarzose feste elettorali con 1800 invitati, la faccia del candidato stampata sui tovagliolini, fiumi di vino (“quello venduto anche ai cinesi”) e ragazze in minigonna “tipo quelle che stanno in America”. La Florida italiana, coi suoi sei milioni di votanti, profuma di antico. “Organizzate le clientele come Cristo comanda”, il verbo deluchiano mai smentito, criticato dai fedelissimi del premier. Arriva a Caserta in serata anche Dario Nardella, che sabato sarà a Napoli con il fior fiore dei sindaci renziani, da Gori a Ricci a Decaro, diventato presidente dell’Anci con la mission di macinare voti al Sud, mobilitando gli amministratori del Sud.

Caserta, Aversa, ma anche Casapesenna, Marcianise, erano l’America di Nick o mericano, condannato per camorra, un sistema scientifico, fatto di consenso organizzato, referenti precisi, capibastone efficienti. Ora, da quelle parti, va forte il Pd, diventato feudo di Graziano. A Marcianise l’ex sindaco del Pd è indagato per concorso esterno in associazione camorristica, perché secondo la Dda fu sostenuto dal clan Belforte alle elezioni del 2006 e del 2001. Guardate la sua bacheca su Facebook: “Basta un Sì'”, contro l’accozzaglia. In parecchi nel Pd sussurrano che, ai tempi in cui era segretario, Veltroni nei suoi comizi da queste parti si rivolgeva così ai poteri opachi: “I vostri voti non gli vogliamo perché noi vogliamo distruggervi”.

Parole che nessuno del Giglio Magico pronuncia. Luca Lotti, braccio destro e sinistro di Matteo Renzi, nei suoi interventi parla poco. Più abituato alla manovra nell’ombra che alle orazioni appassionata, sa che conta la foto, da quelle parti. Il governo, sinonimo di potere, benedice i potenti locali. Il che rende il sistema di potere locale più forte nel chiedere voti, perché se è arrivato Lotti significa che “questi contano” e “possono fare qualcosa”, come si dice da queste parti.

Qualche tempo fa Rosaria Capacchione, giornalista antimafia e ora senatrice del Pd, criticò proprio questa assenza di filtri, figlia di manovre spericolate, a proposito degli scambi del suo partito sul consiglio di amministrazione di un consorzio industriale: “Se ci si occupa di consigli di amministrazione, si finisce nelle cronache giudiziarie”. Il riferimento era il consiglio di amministrazione del consorzio Asi, struttura strategica per la programmazione dei fondi europei. In quell’occasione il Pd, impegnato a portare mondi di destra a De Luca, fece l’accordo col parlamentare europeo Fulvio Martusciello.

I voti si contano, in questa campagna elettorale che si gioca al Sud, senza tanti filtri e parole, con un sistema che non cambia verso: “Quanti voti porta quello?”, “Da li ne devono arrivare X”, “da lì Y”. A Casapesenna, paese del boss Michele Zagaria, è molto attivo sul Sì Marcello De Rosa, il sindaco che vive sotto scorta per le minacce della camorra ma è indagato per concorso esterno in associazione camorristica. Secondo la Dda di Napoli De Rosa fu eletto nella primavera del 2014 anche grazie all’appoggio dell’ex sindaco Fortunato Zagaria (omonimo del boss del clan dei casalesi), indagato anche lui per concorso esterno.

A Caserta in serata arriva anche il sindaco di Firenze Dario Nardella per un incontro dal titolo “la cultura per il Sì, come valorizzare quello che ci rende unici in Europa”. Ci sono anche Graziano e Caputo. Causa alluvione e strade allagate, l’iniziativa viene rimandata. La macchina del consenso però continua a girare, “come Cristo comanda”.
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“Ho praticato migliaia di aborti, ma non sono sereno: è come andare in guerra”. La confessione di un medico di Valdagno

Il Dott. Massimo Segato, sessantaduenne vice primario di Ginecologia all’ospedale di Valdagno, Alto Vicentino, ha raccontato al Corriere della Sera la sua storia di medico non obiettore e delle difficoltà che questa scelta, che egli definisce “di senso civico”, gli ha portato. Pur avendo alle spalle migliaia di gravidanze interrotte, l’intervista comincia proprio da un suo “errore”.

“Avevo aspirato qualcosa che non era l’embrione, avevo sbagliato. Una mattina ritrovai quella donna, aveva appena partorito. Mi fermò e mi disse: si ricorda di me dottore? Lo vede questo? Questo è il suo errore”.

Sono passai trent’anni da quell’episodio, che ha messo a dura prova la coscienza del medico. Segato racconta la sua come una missione, una scelta controcorrente soprattutto all’epoca, prima del 1978 e della legge sull’aborto.

“Le suore dell’ospedale si facevano la croce quando mi vedevano, il cappellano diceva che al mio confronto Erode era un dilettante”.

I tempi però non sono cambiati. Ancora oggi a Valdagno i medici obbiettori sono 6 su 8, Segato non giudica l’operato altrui, ma parla di una diffusa ipocrisia tra gli anti-abortisti.

“Per non parlare dei politici. Ricordo un caso dell’82: il primario mi chiama, mi dice Massimo questo è un caso delicato. Si trattava di un importante uomo politico sposato dichiaratamente contrario all’aborto che aveva portato l’amante. Il primario mi chiese di mettere la ragazza in un camerino a parte perché nessuno doveva sapere”.

Una scelta difficile, che ha segnato la vita di questo medico. Oggi Massimo Segato non opera quasi più, ma non si professa obiettore per non tradire la decisione che ha preso anni fa. Ma questa “missione” ormai è divenuta troppo dolorosa.

“La verità è che più vado avanti con gli anni e più sto male e intervengo così solo per emergenze. Se succede però non sono sereno. Come non lo sono le mamme che in tanti anni sono passate dal mio reparto. Non ne ho mai vista una felice del suo aborto”.


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Donald Trump lavora alla sua squadra ma già è stallo su Rudy Giuliani come segretario di Stato

Succede tutto dietro porte chiuse, molto ai piani alti della Trump Tower sulla Quinta Strada a Manhattan dove il presidente eletto Donald Trump e il suo vice Mike Pence si incontrano per fitte consultazioni volte a definire la squadra di governo. Perchè le diverse anime politiche che hanno portato all’elezione del tycoon adesso sono in aperta collisione, sulle nomine e sulle caselle da riempire, quindi sulla linea da dare alla nuova amministrazione americana nonostante la promessa di una “rivoluzione commerciale” che “romperà con le ali globaliste sia di repubblicani che di democratici” a dare l’impronta dei suoi primi 200 giorni di lavoro. Il fronte è spaccato a partire dalla paventata nomina di Rudy Giuliani come segretario di Stato.

La conferma tarda a arrivare perchè la scelta è controversa: in queste ore si ricorda infatti un potenziale conflitto di interessi date alcune attività di consulenza dell’ex sindaco che rimandano ad alcuni paesi chiave, dal Venezuela di Hugo Chavez all’Arabia Saudita. Se ne era già parlato quando nel 2007 Giuliani aveva tentato la sua di corsa per la Casa Bianca, oggi però le sottolineature di fonti di stampa hanno effetto amplificato dopo che per l’intera campagna elettorale Donald Trump e il suo fronte si sono scagliati contro la Clinton Foundation e i dubbi sulla sua lista di donatori, presentato come limite insormontabile per la credibilità della rivale democratica Hillary Clinton poi sconfitta. Ma anche la promessa di smantellare quelle zone grigie in cui a Washington si incontrano politica e grandi interessi rappresentati da un esercito di lobbisti.

L”organigramma” con focus sulla politica Estera e di Sicurezza nazionale della nuova Casa Bianca emerge quindi al centro di una lotta intestina che rischia di rallentare oltre il dovuto il processo di transizione verso l’insediamento il prossimo 20 gennaio. Fonti parlando di stallo e confusione conclamata, il cui simbolo oggi è il ritiro dalla transition team (secondo alcuni è stato scaricato) di Mike Rogers, ex deputato che ha presieduto la commissione della Camera sull’intelligence.

Nei giorni scorsi Chris Christie era stato messo da parte e l’impresa era stata affidata al vicepresidente eletto Mike Pence con lo sguardo a Washington, ma non basta. Tra i fedelissimi risulta escluso anche Ben Carson, che dice di non volere un posto nell’amministrazione per mancanza di esperienza a livello governativo, sembra tuttavia che nessuna proposta in quel senso era comunque arrivata. Nel limbo al momento resta anche Kellyanne Conway, l’ultima dei diversi responsabili della campagna elettorale cambiati da Trump durante la corsa (tra questi Corey Lewandoski sul quale pare ci sia addirittura un esplicito veto).

Intanto su Capitol Hill il cielo si rasserena, almeno apparentemente, con le nuvole squarciate dalla conferma di Paul Ryan per la nomina ad un secondo mandato da Speaker della Camera. Lo hanno votato all’unanimità i deputati repubblicani e la conferma è attesa a gennaio con il voto dell’intera aula. Il dado però è tratto per Ryan, pronto ad essere lo Speaker dell’era Trump e l”unificatore”. Lo ha confermato lui stesso oggi nella sua prima uscita dopo l’elezione del tycoon, affermando: “Benvenuti all’alba di un nuovo governo repubblicano unito”.
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La Commissione Ue scrive, Matteo Renzi se ne infischia: “La manovra resta com’è”. E alza il tiro sui migranti

Alla fine la Commissione Europea scrive. Lettere per sette paesi dell’Ue: Italia, Belgio, Finlandia, Cipro, Spagna, Portogallo e Lituania. Qui a Roma nelle caselle email del ministero del Tesoro la missiva è arrivata ieri sera. Oggi è pubblica sul sito ufficiale della Commissione Ue. Nella sostanza si chiede ciò che era trapelato nei giorni scorsi. E non sono buone notizie per Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan. Entro giovedì 27 ottobre infatti dovranno fornire chiarimenti su: deficit strutturale che cresce dello 0,4 per cento invece di diminuire dello 0,6; spese per migranti e sisma del 24 agosto, quantificate nella manovra in 6,8 miliardi di euro (0,4 per cento del pil). Ma per ora Renzi e Padoan rispondono picche. Anzi con la lettera europea entra di fatto nel vivo il braccio di ferro tra Roma e Bruxelles sul bilancio italiano 2017, con un occhio a quello europeo per gli anni a venire. Su questi Renzi promette “il veto” se verranno confermate le risorse per quei paesi che non accolgono i migranti. Di più: se vince il sì, programma di mettere a soqquadro il ‘Fiscal Compact’. Di questa intenzione, il premier ha già accennato in recenti apparizioni tv, e c’è da scommetterci che la stessa sarà rilanciata nella manifestazione di sabato del Pd.

“C’è da mettere il veto”, dice Renzi a Porta a Porta parlando della discussione sul bilancio Ue 2020-2026 che inizierà l’anno prossimo. “Noi mettiamo i soldi se in cambio degli oneri ci sono gli onori. I soldi non passano attraverso i muri. Sai che c’è? Che se non ci aiutate, non mettiamo più i soldi”. E ancora: “Il governo Monti ha stabilito che diamo 20 miliardi e ne riceviamo 12, ma se Ungheria, Slovacchia ci fanno la morale sui nostri soldi e poi non ci danno una mano sui migranti non va bene”.

Fin dall’inizio della tenzone con Bruxelles, il premier ha intrecciato la questione ‘manovra economica’ con la questione migranti. Tradotto: c’è chi dà e non riceve dall’Ue, come i paesi Mediterranei. E chi invece ha mandato a monte il piano Juncker di redistribuzione dei profughi eppure non viene punito dall’Ue: è il caso dei paesi dell’Est, il cosiddetto blocco di Visegrad (Ungheria, Slovacchia, Polonia e Repubblica Ceca).

Quanto alla lettera Ue sulla manovra: “Di violazioni alle regole europee cene sono tante. La Francia da 9 anni è sopra il 3%, la Spagna ha un deficit che è il doppio del nostro, sul 5%. Il nostro debito è cresciuto dello 0,1% dal 2015, tutti gli altri molto di più a parte la Germania. Ma questa discussione non serve a niente. Io vado avanti per conto dell’Italia, non per conto mio. L’Italia ha rispettato tutte le regole. Abbiamo dato il deficit al 2% e uno 0,3% che è dato dalle clausole eccezionali per terremoto e immigrati. E questa cosa io sono pronto a difenderla in capo al mondo…”.

I toni con Bruxelles sono questi. E l’intenzione è di confermare punto per punto una manovra che mette in difficoltà una Commissione Europea che comunque vuole negoziare con l’Italia e aiutare Renzi a vincere il referendum del 4 dicembre. E’ per questo che Palazzo Berlaymont potrebbe non esprimere un giudizio definitivo entro quella data, ma comunque – come confermano anche oggi fonti alte della Commissione all’Huffpost – entro la fine di novembre diranno la loro su tutte le leggi di bilancio dei paesi Ue. A Renzi tutto questo non interessa. E nemmeno a Padoan. Anzi, “non c’è niente di più popolare che lo scontro con l’Ue”, osserva a distanza Martin Schulz, presidente dell’Europarlamento, citando una frase che ormai a Bruxelles è diventata quasi un adagio.

La manovra “è definita nel dettaglio e sarà mantenuta”, spiega quindi anche il ministro dell’Economia Padoan ospite a ‘Politics’. Cosa più importante: il governo italiano confermerà con Bruxelles non solo i 6,8 miliardi di euro di spese su migranti e terremoto (le circostanze eccezionali riconosciute dai trattati) ma anche quel deficit strutturale in crescita che preoccupa tanto i commissari Ue perché, come scrivono nella lettera, viene meno ai patti con cui l’anno scorso la Commissione ha accordato all’Italia 19 miliardi di euro di flessibilità. “Se mandano la lettera a noi, dovrebbero mandare libri e un’enciclopedia a chi non accoglie i migranti”, è il mantra di Renzi.

La battaglia sulla legge di stabilità è propedeutica a quella sulla modifica dei Trattati che nei piani di Renzi inizia a marzo dell’anno prossimo in occasione dei 60 anni del Trattato di Roma, che sarà celebrato alla presenza di tutti i leader europei. “Il Fiscal compact ha una data di scadenza: 5 anni”, dice sempre il premier. Approvato nel 2012, scade l’anno prossimo: ecco perché il 2017 è il tempo giusto per sferrare l’attacco. Sempre però che il premier vinca il referendum costituzionale del 4 dicembre. A Bruxelles vogliono aiutarlo pur sapendo che, dopo, i falchi (soprattutto tedeschi) dell’austerity si potrebbero ritrovare sotto attacco, proprio nell’anno di campagna elettorale per le legislative a Berlino. Però a Bruxelles non vedono alternative a Renzi, come garanzia di stabilità in Italia, per ora.

E’ questa la cornice nella quale Padoan si ritroverà faccia a faccia con Moscovici venerdì prossimo a Bratislava, proprio all’indomani della risposta italiana a Bruxelles: picche. Il ministro e il commissario all’Economia saranno entrambi relatori ad un seminario sul “rafforzamento dell’Unione monetaria in tempi di crisi”. Ci sarà anche il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble.

Ma Renzi ha in mente un’altra data per irrobustire la sua battaglia europea in chiave di campagna referendaria. Vale a dire: 18-19 novembre a Berlino. C’è il vertice dei capi di Stato e di governo di Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania convocato da Angela Merkel. Ma la Cancelliera ha invitato anche Barack Obama che proprio all’Europa dedicherà così la sua ultima missione all’estero da presidente degli Usa. Dopo la due-giorni all’insegna della crescita e del no all’austerity alla Casa Bianca, Renzi arriva a Berlino convinto dell’assist dell’amico Barack. Dovrà solo stare attento a non raccogliere troppi consensi espliciti al sì per il referendum: magari da Merkel o da altri leader Ue. Potrebbero essere controproducenti.
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Massimo D’Alema: “Referendum come Brexit: i Sì arrivano dagli anziani”

Nuove bordate di Massimo D’Alema al referendum, che l’ex premier paragona, commentando il sondaggio pubblicato dal Corriere della Sera a quello sulla Brexit appoggiato in Gran Bretagna soprattutto dagli elettori più avanti con l’età. ‘Renzi parla a nome di una gioventù che non lo segue – afferma D’Alema – I giovani votano No, votano Sì solo le persone molto anziane forse anche perché hanno maggiore difficoltà a comprendere questa riforma sbagliata. E’ come per la Brexit: gli anziani non si rendono conto che approvando la riforma renziana si rovina la vita dei nipoti. Spero che i nipoti facciano in tempo a farglielo capire”.

L’ex presidente del consiglio ha poi negato di avere mai parlato al telefono con Stefano Parisi, ex candidato sindaco di milano per il centrodestra, come scritto sul corriere della sera di oggi.

“Sinceramente con curiosità stamattina, persino da parte di un collega che ho sempre ammirato per la sua vena letteraria, ho letto i verbali di una conversazione tra me e il dottor stefano Parisi che non è mai avvenuta. Evidentemente si tratta di una notizia che viene diffusa allo scopo di avvalorare queste tesi” ha detto a margine di un convegno organizzo della fondazione iniziativa subalpina.

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