Semafori LED nei marciapiedi per chi cammina con lo smartphone in mano, arrivano in Olanda

Incollati con lo sguardo allo schermo del cellulare, intenti a mandare messaggi vocali e testuali a parenti e amici, impegnati a “scrollare” la bacheca del proprio profilo Facebook: è questo l’identik di un numero sempre crescente di pedoni, che così facendo perdono il contatto diretto con ciò che li circonda (ma mai col loro smartphone). Un atteggiamento non solo vietato dal codice stradale, ma anche molto pericoloso. E per questo stanno arrivando dei semafori che potrebbero risolvere il problema della visibilità da parte di chi è distratto. Stanno arrivando, è vero, ma in Olanda.

Si chiamano +Lichtlijn e si stanno sperimentando nella cittadina di Bodegraven-Reeuwijk. Si tratta di semafori dotati di illuminazione LED e impianti non sopra un palo – come sarebbe normale – bensì all’interno dei cigli dei marciapiedi. In tal modo, infatti, la luce che indica il divieto o meno di attraversare la strada sarà visibile anche da chi mantiene lo sguardo basso in quanto preso dal cellulare.

Attualmente, tuttavia, i semafori già impianti sono parte di una sperimentazione in un’area circoscritta della città, ovvero nelle vicinanze di tre scuole (i ragazzi, si sa, sono i più “dipendenti” dai telefonini). “I social media, i giochi, WhatsApp e la musica rappresentano le maggiori distrazioni per i pedoni” ha dichiarato l’assessore Kees Oskam nell’illustrare il progetto. “Non possiamo cambiare questo trend, ma possiamo prevenire il problema” ha concluso poi.

La sperimentazione, tuttavia, non è stata ben vista da tutti e ha scatenato in particolare le proteste dell’Associazione per la Sicurezza Stradale Olandese: “Così si invoglia la gente a camminare indisturbata col cellulare” ha protestato Jose de Jong, membro delle VVN. “È un cattivo segnale quello che si lancia” concludeva. Solo al termine della sperimentazione si potrà dire con certezza chi ha ragione.

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Justin Trudeau ha mostrato al mondo come stringere la mano a Donald Trump

Il presidente Donald Trump ha uno strano modo di stringere la mano. Invece della classica stretta di mano, che si utilizza da sempre per dimostrare la propria amicizia, Trump strattona il braccio della persona facendo quasi perdere l’equilibrio.

Ma il premier canadese Justin Trudeau, durante la visita alla Casa Bianca, è apparso pronto per la scomoda stretta di mano.

Un video mostra Trump dare il benvenuto al primo ministro canadese. Trudeau prontamente afferra con la mano sinistra la spalla del presidente poi si avvicina a Trump neutralizzando la destabilizzante stretta di mano e assicurandosi che la sua spalla rimanga intatta.

Probabilmente Trudeau deve aver visto cosa è capitato qualche giorno fa al suo collega giapponese Shinzo Abe, in visita alla Casa Bianca. La stretta di mano tra il presidente USA e il primo ministro giapponese è durata ben 19 secondi con Trump che ha tirato verso di sé il braccio di Abe. Al termine della stretta di mano Abe è apparso particolarmente provato.

Trump ha mostrato il suo particolare stile anche durante la cerimonia di insediamento del neo-nominato giudice alla corte suprema Neil Gorsuch.

Durante l’incontro tra Trump e Trudeau c’è stata una seconda stretta di mano, questa volta all’interno della Casa Bianca. L’espressione divertita del primo ministro canadese poco prima della stretta di mano ha fatto impazzire il web.

I politici e le strette di mano complicate: non solo Trump, anche Trudeau e Obama

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Un preside inglese vieta di alzare la mano in classe: penalizza i più timidi o stimola la partecipazione?

Alzare la mano potrebbe non essere il metodo migliore per coinvolgere gli studenti: per questo, come scrive il Corriere della Sera, Barry Found, il preside della Samworth Church Academy School di Mansfield, ha vietato la prassi lunga decenni.

«Non ci sembra un modo soddisfacente per aiutare e incoraggiare tutti i ragazzi all’apprendimento», ha scritto in una lettera inviata ai genitore degli oltre mille studenti della scuola. Le mani si potranno alzare, ha spiegato, solo per imporre il silenzio. «Rispondere per alzata di mano – ha detto – è una pratica antiquata che non aiuta l’apprendimento degli studenti: le mani che si alzano sono sempre le stesse, studieremo altri metodi per dare l’opportunità a tutti gli studenti di contribuire alla lezione».

Ma cosa ne pensano gli studenti? In Italia, la notizia è stata accolta con reazioni ambivalenti. Eleonora Cavalieri, all’ultimo anno dei liceo Pasteur di Roma, sembra apprezzare:

«Beh, un po’ è vero, io sono una di quelle che ha sempre la mano alzata, fin dalla terza media, ma è un modo per essere più attivi in classe e magari per lanciare un dibattito coinvolgendo gli altri meno interessati». Però, sottolinea, «è vero anche che chi è più timido fa più fatica e allora, ad esempio, alla mia compagna di banco timidissima che risponde sempre sottovoce dico: dillo, parla, alza la mano!».

Raffaele Mantegazza, pedagogo che insegna all’università Bicocca di Milano, spiega che in realtà alzare la mano è educativo anche solo per l’atto in sé:

«Alzare la mano è un atto di responsabilizzazione, un modo per imparare a rispettare le regole, aspettare il proprio turno e poi parlare: già da piccoli ci si abitua ad esprimere un concetto davanti agli altri; poi nella vita ci saranno mille occasioni in cui si dovrà farlo».

Imporre una scelta del genere, però, può rivelarsi controproducente:

«Non si può ragionare in astratto, bisogna vedere che tipo di studenti si hanno davanti, devono essere gli insegnanti a capire come far intervenire tutti, questo abolizionismo mi lascia perplesso». Anche perché spesso chi non alza la mano magari non ha la risposta, non è interessato o semplicemente «non ha nulla da dire».

Discorso diverso si applica alle classi dei bambini più piccoli, invece, proprio per una questione educativa. Spiega Zina Cipriano, maestra alla scuola elementare Rosolino Pilo di Palermo che all’educazione dei più piccoli ha dedicato un intero blog, Youreducation.it. Alzare la mano, spiega la maestra:

«Serve per insegnare a non parlarsi uno sull’altro. Insegna il rispetto delle regole e i bambini ne hanno un gran bisogno abituati come sono a non averne». Però è vero che “ce ne sono alcuni davvero timidi che vanno spronati, altri più coraggiosi si buttano sempre: qui è importante il ruolo dell’insegnante, non si può vietare a priori. Lei nella sua classe utilizza anche il brain storming(…) «Rispetto a una volta, i bambini oggi parlano di più, hanno un gran bisogno di raccontarsi: credo che nelle loro case nessuno li ascolti».

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Legge di Bilancio, Matteo Renzi: “RIlievi Ue? Basta egoismi, diano una mano sui migranti”

Sulla Legge di Bilancio appena varata dal governo rischia di innescarsi un nuovo scontro tra Roma e Bruxelles. Ad accendere la miccia è stato il presidente del Consiglio Matteo Renzi, in una intervista al Tg1. Rispondendo sui possibili rilievi che la Commissione potrebbe fare sulla manovra, il premier ha spiegato: “Sono curioso capire quali rilievi. L’Ue – ha aggiunto – vuole discutere le nostre spese immigrazioni? Ho un’idea brillante idea: inizino a darci mano loro, mentre stanno prevalendo gli egoismi e non la solidarietà. Appena ci iniziano a dare una mano, le spese si abbasseranno”.

Sul fronte europeo, secondo quanto spiegato oggi da Repubblica, sarebbe stata accolta decisamente male la decisione del governo di fissare l’asticella del defict al 2,3%. L’accordo con i massimi livelli dell’esecutivo Ue sarebbe stato di arrivare al massimo al 2,2%. L’ulteriore aumento fissato in extremis dal capo del governo italiano sarebbe stato interpretato come un blitz non concordato e su cui la Ue non vorrebbe transigere. Rimanendo pronta, sempre secondo quanto riportato da Repubblica, a bocciare la manovra già entro il prossimo 30 ottobre.

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Matteo Renzi alla ricerca della pax referendaria. Mano tesa a: Cgil, agricoltori, destra, Bersani… Solo con D’Alema e Di Maio…

“Siccome oggi è il compleanno di Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani facciamo un applauso a tutti e due. Sono nati nello stesso giorno. E siccome ieri abbiamo chiuso il primo accordo sulle pensioni, mi voglio allargare: oggi è anche il compleanno della Cgil. Compie 110 anni”. Sì, è Matteo Renzi che parla, ma quello ‘buono’: il lato (inedito) che ha deciso di utilizzare per cercare la pax referendaria in vista del fatidico 4 dicembre.

Passata l’estate, la strategia inclusiva pensata già a luglio diventa realtà. Il premier si tuffa nella campagna referendaria per il sì, pancia a terra e giri per le città, gesti studiati anche a Palazzo Chigi e annunci che cercano una cosa sola: pace e voti in vista del 4 dicembre. Renzi ha deciso di sfrondare l’albero dei nemici storici. Magistrati e sindacalisti in primis. Non li attacca più. Anzi li ‘abbraccia’ ogni volta che può per legarli al sì nel giorno che stabilirà il destino della sua carriera politica.

Nel mirino, che ormai serve solo a lanciare fiori metaforici e giammai cannonate al vetriolo, c’è persino lei: la vituperata Cgil. Già due mesi fa, il premier ha pianificato la sua strategia di ‘corteggiamento’, annunciando già allora la nuova e inedita fase di concertazione con i sindacati sulle pensioni. “Ma poi decide il governo”, diceva allora. Frase puntuta, nei mesi arrotondata, fino a svanire. Non a caso.

Ieri è arrivato l’accordo sulle pensioni, oggi Renzi se lo rivende ricordando da galantuomo il compleanno della Cgil a Perugia, in una delle ormai numerosissime tappe di campagna elettorale. Vero è che a luglio con i suoi non pensava che la Cgil si sarebbe schierata per il no al referendum, cosa che invece è successa. Ma poco importa. Con l’estensione della quattordicesima, il premier pensa di aver conquistato una buona fetta di pensionati, il grosso degli iscritti alla Cgil.

Con i magistrati la storia è un po’ diversa, ma il filo strategico è lo stesso. Martedì sera, in conferenza stampa dopo il consiglio dei ministri, Renzi parla del disegno di legge sul processo penale, quello che accorcia i tempi di prescrizione di reati come la corruzione. Testo fermo da tempo al Senato, eppure il premier non è ancora convinto di metterci la fiducia. “Noi abbiamo fatto delle regole che secondo me sono buone – dice – ma io ci penso su due volte a mettere la fiducia su una cosa che Davigo definisce provvedimenti dannosi o inutili, su atti della giustizia che vogliono aiutare i magistrati, con i magistrati che dicono che sono dannosi. Tendenzialmente escludiamo il voto di fiducia”. Vero è che il presidente dell’Anm ha espresso critiche sul testo. Ma è vero anche che il testo è fermo in Senato per le critiche dei centristi di Verdini e di Alfano. Tuttavia, il premier prova comunque a fare bella figura con i magistrati. Ci prova.

E poi c’è il resto. Oggi per dire è andato alla giornata nazionale dell’extravergine italiano organizzata dalla Coldiretti a Firenze. E annuncia: “Nel quadro economico del Def a cui seguirà la legge di stabilità del 15 ottobre abbiamo previsto che la parte di Irpef agricola che pagate sia cancellata a partire dal 2017″. Chissà se la platea si convince. Si direbbe di no, a giudicare dai fischi partiti all’indirizzo del palco quando il segretario generale Vincenzo Gesmundo schiera l’associazione sul sì al referendum. Però Renzi ci prova.

Come ha provato a incontrare gli ambientalisti e varie categorie professionali subito dopo il terremoto per esporre il piano di prevenzione anti-sismica ‘Casa Italia’. Un’intera giornata di ‘udienze’ a Palazzo Chigi, insieme al project manager Giovanni Azzone, rettore del Politecnico di Milano. Dovevano rivedersi entro la fine di settembre, però. Ma ancora non c’è traccia dei nuovi incontri.

E poi Renzi prova ad adescare l’elettorato di destra con la storia del Ponte sullo stretto. E’ la destra degli imprenditori che ha in mente. Tenta di riportarli alla sua ragione dopo aver perso la scommessa con i moderati alle scorse amministrative, quando si è scoperto che da destra molti voti sono andati al M5s. Ad ogni modo oggi difende la scelta. A Perugia dice: “I voti di destra? Chi non li prende resta minoranza…”.

Quelli che proprio lo fanno imbestialire, quelli con i quali non tenta strategie di seduzione, anzi continua a usare tattiche di attacco, sono Massimo D’Alema e Luigi Di Maio, evidentemente persi alla causa. “D’Alema – dice a Perugia – sui punti della riforma, per storia personale, è totalmente d’accordo. Ma siccome ha come obiettivo la distruzione di una persona e di un’esperienza, fa la sua battaglia. Auguri. D’Alema è un esperto di lotta fratricida in casa. Citofonare Romano Prodi e Walter Veltroni per sapere di che stiamo parlando. Se si fosse impegnato a combattere il centrodestra quanto ha combattuto i suoi compagni di partito, questo Paese sarebbe diverso”.

Quanto a Di Maio, la prende dal no alle Olimpiadi, sancito oggi dal voto dell’assemblea capitolina. Ma non attacca Virginia Raggi, fedele alla scelta di non attaccare un “sindaco eletto” che i renziani considerano in crisi nei rapporti con il movimento. Renzi invece attacca Di Maio: “Qualcuno dice che i soldi delle Olimpiadi li destineranno alle periferie. Mi auguro che ci sia qualcuno che li aiuti e li riporti alla ragionevolezza perché i soldi delle Olimpiadi, per definizione, vanno dove si fanno le Olimpiadi. Non è difficile. Anche senza email, questo basta un sms e si capisce”. Il riferimento è all’email della Raggi sulle indagini giudiziarie a carico dell’assessore capitolino Muraro, che Di Maio dice di non aver letto bene.

Domani sera negli studi di Enrico Mentana su La7, Renzi terrà l’atteso faccia a faccia con il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, alfiere del comitato del no. Ma con lui l’intento non è l’attacco, bensì il merito della riforma. Avanti così in una inedita tattica diplomatica fino al 4 dicembre. Passando per l’appuntamento clou della campagna del sì: la Leopolda edizione 2016, fissata nel weekend 18-20 novembre, a due settimane esatte dal referendum.
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